ROMA, CE SEMO, dice Rugantino prima del grande passo. E attacca il motivo del Maestro Trovajoli, Roma, nun fa' la stupida stasera. Deve sedurre la donna che ama.
Roma, ce semo. Lo dicemmo tutti, venti anni fa, alla notizia che Pietro Garinei l'aveva fatto anche lui, il grande passo. Ma non per Rosetta. Il dottor Garinei ci salutava e se ne andava per sempre. A 87 anni, dopo una vita in cui, assieme a Sandro Giovannini, ha fondato, cresciuto e mantenuto ai massimi livelli la commedia musicale italiana.
Due artigiani, Garinei e Giovannini, che possedevano tutte le qualità e sapevano usare tutti gli strumenti del loro mestiere. E proprio in quanto tali sono stati gratificati ed onorati da una Royal Performance a Londra al Piccadilly Theatre e hanno ricevuto un riconoscimento ufficiale ai Tony Awards del 1973 a New York, il tema era il "Wide World of Broadway". Garinei fu ancora invitato alla 34esima edizione del prestigioso premio teatrale americano e, per l'occasione, fu presentato fra gli ospiti d'onore al pubblico presente in sala e ai 30 milioni di telespettatori della CBS che da casa seguivano la premiazione, come "il più noto autore–regista–produttore dello show business italiano". Ma lui (loro) non lo hanno mai detto o ricordato, allergici al mostrarsi, lontani dall'autoreferenzialità, dal patetico "io c'ero".
Venti anni fa, Roma fece vedere chi era. Dimostrò come accompagnare al riposo il signore schivo, esigente, ruvido per metodo, appassionato dentro, nato a Trieste ma romanissimo e romanista. Uno capace di lavorare venti ore al giorno, mettere in scena uno spettacolo e insieme occuparsi degli affari di cuore del primattore o della soubrette. Uno capace di ascoltare le rimostranze degli amici, sorvegliare l'andamento del botteghino, controllare la qualità dei rinfreschi e pescare qua e là, nei teatrini off, i nuovi talenti. Uno che si confrontava con il proprio passato e valorizzava ostinatamente, proprio per questo, qualità ed eleganza. Un produttore di fantasie pulite: «Voglio continuare la tradizione – diceva – restando al passo con i tempi».
Un patron di belle storie, di sogni.
Il dottor Garinei era destinato a diventare una firma del giornalismo sportivo. Ma nella Roma ancora occupata dagli americani, quando il jazz si suonava sottobanco, preferì creare, con l'amico Sandro, un sodalizio artistico che sarebbe diventato mitico. Cominciarono con la rivista satirica e la superba Anna Magnani e man mano Totò, Erminio Macario, il Quartetto Cetra, con la grazia di Lucia Mannucci, le Bluebell, con gambe che come la Provvidenza, arrivavano ovunque, Wanda Osiris, una leggenda che dialogava con Alberto Sordi, nella parte agra di un guitto da avanspettacolo; le gemelle Kessler, dimostrazione vivente delle infinite possibilità dei cromosomi; un'altra coppia indimenticabile, Carlo Dapporto, Delia Scala, vibrante, gentile, limpida; e Walter Chiari, quanto talento buttato con generosa incoscienza alle platee; Marcello Mastroianni, nientemeno, un simbolo, nella quasi ovvia parte di Rodolfo Valentino; Nino Manfredi, Paolo Panelli e Bice Valori, un inno all'allegria. E ancora Renato Rascel, un corazziere piccolo piccolo, che pareva nato dalle invenzioni di Chaplin e di Cechov; e Johnny Dorelli, strappato alla canzone, che ricorda anche un De Sica (Vittorio) garbato interprete di piccole umanissime avventure; e Gino Bramieri, così bravo che non ho mai capito perché il cinema non gli abbia offerto anche ruoli drammatici; e l'Aldo Fabrizi di Rugantino, unico musical italiano ad essere arrivato a Broadway, e il Modugno di Rinaldo in Campo che trionfò pure al Festival della Nazioni a Parigi, e poi quello straordinario attore, ballerino, narratore di storie che era Enrico Montesano. E altri ancora, una giostra di famosi, Gigi Proietti, Massimo Ranieri, Gloria Guida, Massimo Ghini, Gianfranco Jannuzzo, Sabrina Ferilli, Maurizio Micheli, Valerio Mastandrea (che audace e azzeccata scelta del dottor Garinei), Enrico Brignano... E titoli che raccontano la storia d'Italia, da Cantachiaro ad Attanasio cavallo vanesio, da Giove in doppiopetto a, in ordine sparso, Buonanotte Bettina, Un paio d'ali, Rinaldo in campo, Enrico '61, Rugantino, Ciao Rudy, Alleluja brava gente, quell'autentico successo planetario di Aggiungi un posto a tavola, e ancora Felicibumtà, Se il tempo fosse un gambero, I 7 Re di Roma, Vacanze romane...
Per non parlare dei meriti televisivi. Garinei, che tanto si è battuto, negli ultimi decenni, contro la «tv fatta male», ha scritto con Giovannini, in bell'italiano, successi sani e popolari come Il Musichiere e la Canzonissima di Delia Scala. «La tv di adesso non mi piace – insisteva – produce il varietà senza testi scritti, non si rivolge più agli attori, si rimpinza di Grandi Fratelli che, alla fine, non interessano proprio nessuno. E improvvisa. Oggi siamo ricchi di approssimazione. Gli "improvvisatori" sono altra cosa: Totò, Walter Chiari, Fiorello...».
Quando l'amato amico Sandro morì, nel 1977, Il dottor Garinei decise di continuare ammettendo: «Fu l'ennesimo sì al Teatro, perché è l'unica forma di spettacolo che permette alla gente di stare insieme e creare una misteriosa entità collettiva. La dedica migliore a Sandro. Senza di lui, cioè l'altra metà del Sistina, io non sarei quello che sono».
Andò avanti solo e caparbio, permaloso, costante, ormai espertissimo del mondo che aveva scelto. Curioso e sperimentatore. Cauto e insieme kamikaze. Antico e moderno in una singolare alternanza di scelte e di umori. Confessava: «Vorrei un telefonino che mi permetta, una volta raggiunto l'aldilà, di sapere se il Sistina continua a fare il "tutto esaurito", se la Roma ha vinto, se gli amici si divertono e stanno bene...».
Era aperto ai giovani: «Sono loro a garantirci la gioia di domani. Anche se noi, i veterani, siamo nati con Topolino e loro con Harry Potter». Eppure, ai provini, li bacchettava senza cautele, ne verificava, oltre la professionalità, il senso del sacrificio e la dedizione al lavoro. Pronto, in cambio, a renderli divi se ne avevano la stoffa: «Mi piace la verità. E il palcoscenico te la dà, non sa nasconderla. Lassù, o ci sai fare o casca l'asino. Le bugie appartengono alla vita reale». Si dichiarava «di una generazione che, in generale, ha tentato di evitare il cattivo gusto e non intende subirlo».
Il dottor Garinei senza mezze misure. Che magari, sotto un sorriso di circostanza, coniugava verbi tremendi, biascicava dei no recisi, intimidenti. No all'inganno: «Anche se, purtroppo, nel corso della vita ti tocca incontrarlo». No alla noia: «Vorrei essere sempre riuscito a tenerla lontana da me e dal mio pubblico». No all'invidia: «Dalla vita ho avuto tanto, l'invidia non la conosco. In teatro però esiste. Bisognerebbe invece pensare che il successo di uno aiuta il successo di tutti». No all'urlo: «Sono troppo abituato alle canzoni di Kramer e Trovajoli».
Quando gli chiedevano quali fossero i segreti per creare uno spettacolo di successo, il dottor Garinei si schermiva, rispondeva che non esiste una formula magica e parlava dei meriti degli Attori e dei Collaboratori (Magni, Vaime e Terzoli, Jaja Fiastri, Verde, Festa Campanile, Franciosa e Lina Wertmuller, scenografi come Coltellacci e Bertacca, coreografi come Gino Landi). Non tutti conoscono il profondo rispetto e la riconoscenza che aveva nei confronti di chi lavorava dietro le quinte, diceva infatti che una fortuna è quella di «avere con noi una squadra di Tecnici che sono i migliori d'Italia».
Il telefonino, il dottor Garinei, chissà se davvero lo ha portato con sé per sapere come vanno le cose quaggiù. Magari sentirà per l'ennesima volta qualche mediocre addetto ai lavori sostenere che in Italia avevamo la commedia musicale, non il Musical… quasi che la prima fosse una sottomarca, un genere diverso del secondo. «Musical è semplicemente l'abbreviazione di musical comedy – chiariva il dottor Garinei – ma visto che siamo in Italia chiamiamola nella nostra lingua, commedia musicale e, come è giusto, da noi ha delle caratteristiche e peculiarità ben definite, ci mettiamo i nostri ingredienti». Chissà se avrà sentito qualcuno, dalle parti di Piazza Barberini, sostenere in TV che in fondo G&G sono conosciuti solo dentro il raccordo anulare, che è facile scrivere quattro paginette di Rugantino, che in fondo hanno copiato gli spettacoli di Broadway. Immagino quante risate si starà facendo il dottor Garinei, che una volta disse. «Che noi copiavamo in America l'hanno detto qualche volta. Se copiare vuol dire un foglio sopra un altro, dico che non è vero. Se, invece, si intende che si possa avere un'ispirazione, una trovata perché si vede una scena girare in un certo modo o si nota una luce che arriva in un altro modo, questo sì. Ma si tratta solo di arricchimento del proprio artigianato. Equivale ad affilare i ferri del proprio mestiere, ad aggiornarsi, a uscire dal proprio guscio. Lo ribadisco, perché nulla voglio togliere a ciò che l'America ha rappresentato per me, per noi. Nella conferenza stampa che precedette il nostro debutto a Broadway del Rugantino, sottolineammo: "Noi veniamo dalla scuola dell'obbligo. Non sappiamo se qui, all'Università, avremo successo. Ci sentiamo un po' come venditori di orologi in Svizzera"».
Allo stesso tempo, il dottor Garinei sarà contento che il pubblico si diverte e gli è sempre grato, a lui e Sandro, che Aggiungi un posto a tavola continua a battere record in giro per l'Italia (solo in questa stagione 95 repliche "tutte esaurite") e che presto sarà riproposto ancora una volta in Messico. Che la Roma è magica anche se non vince molto. Ma soprattutto, che nessuno lo dimenticherà. Lando Fiorini, anni fa, ricordando Fabrizi al Puff di Trastevere, raccontava tutte le sere che gli angeli, i cherubini e i serafini da quando in paradiso c'è mastro Titta, hanno imparato a mangiare gli spaghetti. Da venti anni prendono anche lezioni di sogni. Dal dottor Garinei.