A CASA TUTTI BENE

25.02.2026

di Alessandro Caria

BOLOGNA – Dopo un battesimo avvenuto ai primi di gennaio a Catania, la prima regia teatrale di Gabriele Muccino ricavata dalla trasposizione di "A casa tutti bene", suo film del 2018, è approdata al Teatro Celebrazioni. Drammaturgia dettata dalla sceneggiatura di allora, scrittura sua in collaborazione con Marcello Cotugno e Irene Alison. I personaggi sono gli stessi del film, un po' sballati, un po' sognanti, tutti irrisolti e in cerca di risposte che non arriveranno mai, in cui figurano tra gli altri Giuseppe Zeno (nel ruolo di Carlo) e Anna Galiena (nella parte della padrona di casa Alba). Undici interpreti tra decani, figli, cognati e cugini che si ritrovano per festeggiare il compleanno della capofamiglia. Relazioni proibite, tradimenti nascosti che, come sempre, finiscono per rivelarsi, adolescenti che non sanno che pesci prendere e ancora non hanno capito che l'amore può far tutto tranne che farti soffrire.

Storie di ordinaria nevrosi per esseri umani che non sono mai cresciuti, in un'isola che a causa del vento si trasforma in una prigione (Agatha Christie docet). Il traghetto non parte e non arriva e da lì non si può scappare. L'unità di luogo e di tempo, concentrata nella casa di famiglia, si adatta perfettamente al linguaggio teatrale, trasformando il palco in un microcosmo dove esplodono le dinamiche familiari. Il teatro amplifica l'intensità emotiva dei personaggi, rendendo il pubblico partecipe delle loro fragilità e tensioni. È un racconto universale in cui ognuno può riconoscersi, trovando nei complessi legami familiari un riflesso delle proprie esperienze.

Muccino pare sempre replicare se stesso, la sua bulimia di tematiche irrisolte dove la famiglia non è un porto sicuro, ma un oceano in tempesta nel quale l'ipocrisia si nasconde dietro ai larghi sorrisi, alle pacche sulle spalle che celano le infelicità. Potremmo chiederci se questo alla fine sia un vizio o una virtù. Il teatro è una creatura vivente, pieno di abissi emotivi, di zone d'ombra, di situazioni irrisolte, di cicatrici e non c'è di meglio per ritrarre una comunità disfunzionale costretta a convivere forzatamente nello stesso luogo.

Ciò che sul set risolvi cambiando location qui non puoi farlo perché lo spazio è quello della ribalta, e l'immaginazione deve supplire molto a quello che non puoi rappresentare sullo schermo. Con pochi oggetti di scena, poche suggestioni scenografiche tu devi creare un mondo che è affidato allo spettatore come se lui fosse il lettore d'un libro indotto a ricostruire interni, pezzi di società, dimensioni della vita, usando la cultura di spettatore e cittadino.

Muccino risolve i cambi scena con uno schermo che ci fa vedere l'isola, il mare e un pontile destinato a rimanere deserto con all'interno un living su due livelli dove si affollano i parenti. Ma questo schermo che cala per mostrare gli esterni sembra spezzare a tratti il ritmo veloce che la commedia necessita.

A dare corpo e voce a questa famiglia di parenti serpenti è un cast numeroso e affiatato composto, oltre che dai citati Giuseppe Zeno e Anna Galiena, da Alice Arcuri, Simone Colombari, Lorenzo Cervasio, Vera Dragone, Maria Chiara Centorami, Sandra Franzo, Alessio Moneta, Celeste Savino e Ilaria Carabelli.

In particolare, Anna Galiena nel ruolo di Alba restituisce tutta la complessità di una madre che, dietro l'apparente equilibrio, nasconde fragilità e silenzi pesanti. Ogni attore contribuisce a rendere credibile e intensa una storia fatta di sguardi, parole non dette e scontri inevitabili.

Di grande pregio sono le musiche di Nicola Piovani, ma è un bel momento quando tutto il cast canta in coro le canzoni degli anni Ottanta.

Alessandro Caria

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