BOLOGNA – Dopo un battesimo avvenuto ai primi di gennaio a Catania,
la prima regia teatrale di Gabriele Muccino ricavata dalla trasposizione di "A
casa tutti bene", suo film del 2018, è approdata al Teatro Celebrazioni. Drammaturgia
dettata dalla sceneggiatura di allora, scrittura sua in collaborazione con
Marcello Cotugno e Irene Alison. I personaggi sono gli stessi del film, un po'
sballati, un po' sognanti, tutti irrisolti e in cerca di risposte che non
arriveranno mai, in cui figurano tra gli altri Giuseppe Zeno (nel ruolo di
Carlo) e Anna Galiena (nella parte della padrona di casa Alba). Undici
interpreti tra decani, figli, cognati e cugini che si ritrovano per festeggiare
il compleanno della capofamiglia. Relazioni proibite, tradimenti nascosti che,
come sempre, finiscono per rivelarsi, adolescenti che non sanno che pesci
prendere e ancora non hanno capito che l'amore può far tutto tranne che farti
soffrire.
Storie di ordinaria nevrosi per esseri umani che non sono
mai cresciuti, in un'isola che a causa del vento si trasforma in una prigione (Agatha
Christie docet). Il traghetto non parte e non arriva e da lì non si può
scappare. L'unità di luogo e di tempo, concentrata nella casa di famiglia, si
adatta perfettamente al linguaggio teatrale, trasformando il palco in un
microcosmo dove esplodono le dinamiche familiari. Il teatro amplifica
l'intensità emotiva dei personaggi, rendendo il pubblico partecipe delle loro
fragilità e tensioni. È un racconto universale in cui ognuno può riconoscersi,
trovando nei complessi legami familiari un riflesso delle proprie esperienze.
Muccino pare sempre replicare se stesso, la sua bulimia di
tematiche irrisolte dove la famiglia non è un porto sicuro, ma un oceano in
tempesta nel quale l'ipocrisia si nasconde dietro ai larghi sorrisi, alle
pacche sulle spalle che celano le infelicità. Potremmo chiederci se questo alla fine sia un vizio o una virtù. Il teatro è una creatura vivente,
pieno di abissi emotivi, di zone d'ombra, di situazioni irrisolte, di cicatrici
e non c'è di meglio per ritrarre una comunità disfunzionale costretta a
convivere forzatamente nello stesso luogo.
Ciò che sul set risolvi cambiando location qui non puoi
farlo perché lo spazio è quello della ribalta, e l'immaginazione deve supplire
molto a quello che non puoi rappresentare sullo schermo. Con pochi oggetti di
scena, poche suggestioni scenografiche tu devi creare un mondo che è affidato
allo spettatore come se lui fosse il lettore d'un libro indotto a ricostruire
interni, pezzi di società, dimensioni della vita, usando la cultura di
spettatore e cittadino.
Muccino risolve i cambi scena con uno schermo che ci fa
vedere l'isola, il mare e un pontile destinato a rimanere deserto con all'interno
un living su due livelli dove si affollano i parenti. Ma questo schermo che
cala per mostrare gli esterni sembra spezzare a tratti il ritmo veloce che la
commedia necessita.
A dare corpo e voce a questa famiglia di parenti serpenti è
un cast numeroso e affiatato composto, oltre che dai citati Giuseppe Zeno e Anna
Galiena, da Alice Arcuri, Simone Colombari, Lorenzo Cervasio, Vera Dragone,
Maria Chiara Centorami, Sandra Franzo, Alessio Moneta, Celeste Savino e Ilaria
Carabelli.
In particolare, Anna Galiena nel ruolo di Alba restituisce
tutta la complessità di una madre che, dietro l'apparente equilibrio, nasconde
fragilità e silenzi pesanti. Ogni attore contribuisce a rendere credibile e
intensa una storia fatta di sguardi, parole non dette e scontri inevitabili.
Di grande pregio sono le musiche di Nicola Piovani, ma è un
bel momento quando tutto il cast canta in coro le canzoni degli anni Ottanta.