Elena la Matta, un'intensa Paola Minaccioni
di Sonia Bisceglia
Quando un'opera teatrale non si limita a raccontare una storia, ma riesce a risvegliare le coscienze, lasciando nello spettatore una traccia profonda e indelebile grazie a tematiche ancora drammaticamente attuali, facendo anche divertire e ridere ci troviamo di fronte alla prova della trascinante e immortale potenza del teatro.
E' il caso di "Elena, la matta", che porta in scena la vita di Elena Di Porto, una giovane donna ebrea romana nota come "la matta di piazza Giudìa". Interpretata magistralmente da Paola Minaccioni, la pièce offre un viaggio emozionante nell'Italia fascista, tra leggi razziali, paura, deportazioni, speranza e solidarietà.
La storia segue Elena fin dall'infanzia, segnata dalla povertà e dalle difficoltà di una vita ai margini. Cresciuta nel ghetto di Roma, sviluppa un carattere ribelle e insofferente alle ingiustizie, tanto da attirare facilmente su di sé in quanto donna lo stigma della follia. Durante il fascismo, la sua vita si complica ulteriormente: mentre la comunità ebraica cerca di sopravvivere alle persecuzioni, Elena affronta con coraggio e disperazione le restrizioni imposte dal regime. Quando i nazisti rastrellano il ghetto nel 1943, la sua ribellione si trasforma in un gesto estremo e tragico: cercando di resistere, Elena viene catturata e deportata. La sua voce, però, risuona ancora, testimone di una dignità indomita.
La drammaturgia, scritta da Elisabetta Fiorito, si ispira al libro "La matta di piazza Giudia" di Gaetano Petraglia, che ricostruisce la vita della giovane ebrea Elena attraverso documenti d'archivio e testimonianze orali. La regia è affidata a Giancarlo Nicoletti, mentre le musiche originali, composte da Valerio Guaraldi, sono eseguite dal vivo dall'autore insieme a Claudio Giusti.
Le scene curate da Alessandro Chiti e i costumi di Giulia Pagliarulo contribuiscono a creare un'atmosfera autentica e coinvolgente, trasportando il pubblico nell'epoca rappresentata.
Attraverso la toccante e ironica interpretazione di Paola Minaccioni il personaggio di Elena prende vita, e parlando in prima persona in romanesco racconta delle difficoltà della sua vita fin dall'infanzia: da bambina sfortunata, ad adolescente ribelle, fino a moglie (poi separata) a cui ogni tanto "partiva er chicchero", la reazione di ribellione, sia durante il matrimonio che ogni qualvolta qualcuno tentava di calpestarla, ancor più davanti alla prepotenza dei soldati fascisti. Uno dei momenti più dolci e commoventi del racconto ce lo offre quando si strugge impotente, per non aver saputo proteggere i suoi figli: "I figli miei non erano come i figli de li altri, de li ebrei quelli ricchi, nun c'avevano l'ombrello e se c'era pioggia erano esposti alla pioggia, se c'era il sole erano esposti al sole, non c'avevano er parasole… i figli miei erano esposti a Tutto".
Minaccioni, in un'interpretazione intensa e viscerale, porta in scena una donna che non si è mai piegata, una figura scomoda per il suo tempo, ma che proprio per questo merita di essere ricordata. In alcuni momenti, il pubblico trattiene il fiato e le lacrime, rapito dalla narrazione e dalla straordinaria capacità dell'attrice di passare dalla rabbia al dolore, dalla rassegnazione alla ribellione, regalando dei momenti di geniale comicità grazie al suo eccellente uso della mimica e della gestualità. La sua Elena è una donna che urla la sua esistenza, che si ribella alle ingiustizie con un coraggio disperato, che sogna la libertà anche quando tutto le è avverso. L'emozione arriva diretta, senza filtri, rendendo questo spettacolo un'esperienza non solo teatrale, ma umana e storica.
La forza di "Elena, la matta", andato in scena al Teatro Carcano di Milano dal 27 febbraio al 2 marzo 2025, nell'ambito della stagione teatrale "Spettina la realtà", non risiede solo nella sua capacità di commuovere, ma anche nell'attualità del suo messaggio. Elena Di Porto è un'eroina ante-litteram, una donna che, pur considerata folle dalla società, è in realtà un simbolo di libertà, resistenza e indipendenza. In un'epoca in cui le donne erano spesso relegate ai margini, la sua ribellione assume un significato femminista, anticipando il bisogno di autodeterminazione e di giustizia sociale che solo decenni dopo sarebbe stato riconosciuto come una lotta collettiva.