Enzo Jannacci, o dell'umanità

17.02.2026

di Franco Travaglio

"Tu che non parli nemmeno/se puta caso domani ci chiudono tutta la fabbrica/mi guardi come si guarda un parente e mi dici/questo è il momento del musical." Sui versi affatto scontati di "Musical" si apre la carrellata tra perle, aneddoti, riflessioni e ricordi di "Ecco tutto qui - Tutto quello che avreste voluto sapere su Enzo Jannacci e non avete mai osato chiedere." Un titolo para-woodyalleniano per la gustosa serata dedicata al mito della canzone (e non solo) a cura del figlio Paolo e del giornalista, saggista e amico Enzo Gentile andata in scena alla Suoneria di Settimo Torinese (anzi, "Milanese" come recita la finta gaffe voluta dallo stesso Gentile per provocare il sano campanilismo anti-lombardo) lo scorso 13 febbraio.

Suddiviso, come il libro omonimo da cui è tratto, nei decenni che caratterizzano la carriera artistica di Enzo, ne snocciola l'incredibile percorso artistico e umano, coi suoi compagni di viaggio, la sua insaziabile curiosità, il mondo che ha ritratto nelle sue canzoni, e l'eredità umana, artistica e professionale che ha lasciato.

Tanti i ritratti in musica cesellati nella sua produzione, che Paolo Jannacci al pianoforte ci restituisce in tutta la loro potenza. Ma l'esecuzione, rafforzata dalla distanza cronologica, possiede un nitore, un fascino, un amore secondi solo all'ascolto originale. Ripuliti da ogni orpello e rivestiti di jazz in purezza, i brani riemergono in tutta la loro straniante e straziante bellezza e sorprendente modernità. Enzo alternava stati d'animo urbani, riferimenti pop (l'amato calcio) mai ruffiani ma sempre funzionali a ricreare un mondo, una metafora esistenziale fortemente politico e sociale (Zero a zero anche ieri 'sto Milan qui/'Sto Rivera che ormai non mi gioca più/Che tristezza, il padrone non c'ha neanche 'sti problemi qui) e storie vere delle persone che frequentava, viveva, e con cui empatizzava. Ecco la malinconia di Vincenzina e la fabbrica, la maramalda auto-excusatio/accusatio dell'Armando "era quasi verso sera, se ero dietro, stavo andando e si è aperta la portiera… ho buttato giù, pardon, è caduto giù l'Armando", l'amara storia d'amore a senso unico con esiti tragici di Giovanni Telegrafista, costretto a battere "notizia matrimonio Alba con altro", con il drammaticissimo finale "Giovanni telegrafista, quello dal cuore urgente,/non disse parola, solo le rondini nere/senza la minima intenzione simbolica/si fermarono sul singhiozzo telegrafico/Alba è urgente/Piripiripiri.../Piripiripiri...".

Pochi come il cantautore-chirurgo riescono ad affidare alla leggerezza di un tratto popolare, vivace e disarmante nella sua originalità, racconti che parlano di senzatetto, omicidi, miseria, ingiustizie, e a dipingere con poche, efficaci pennellate interi mondi ed epoche (la sua Milano non ancora da bere ed ora divorata da speculazione, gentrificazione e evento-fobia sembra ancora vivissima accostando l'orecchio a una sua canzone) senza nemmeno evitare tormentoni e hit radiofoniche. Perfino un tema così intoccabile e davvero poco frequentato nella canzone italiana come quello degli omicidi di mafia passa da La fotografia (presentata addirittura a Sanremo e cantata in coppia nientemeno che con Ute Lemper, inarrivabile artista tedesca che ancora ricorda come un'epifania l'incontro con l'artista meneghino) con la forza di un instant-movie e cadenze 'a la Kurt Weill'.

Non mancano i successi più noti come "Vengo anch'io", "Quelli che", "El purtava i scarp del tennis" ("la preferita da papà" dice Paolo), "Bisogna avere orecchio" e alcune chicche meno note al grande pubblico come "Io e te" e "Sfiorisci bel fiore". Il tutto condito da aneddoti prelibati: lo sapevate che Enzo era insegnante di karate e altre arti marziali e tra i suoi allievi, oltre allo stesso Gentile e altri comici del Derby, c'era anche Giorgio Gherarducci, della Gialappa's Band? Che spariva improvvisamente per andare a curare dei pazienti in emergenza? Che "Ho visto un re", scritta con Dario Fo, fu censurata a Canzonissima perché considerata offensiva nei confronti del clero e del potere in genere? E poi la scoperta del rock con la creazione di band assieme all'amico di sempre Giorgio Gaber, il rapporto d'amore e odio con la discografia e la "televisiun", l'umanità, il carattere, i tic, le afasie e l'eloquente espressività di un grande visto da vicino da un figlio devoto e un caro amico.

E alla fine la sensazione di aver assistito a una serata unica, imperdibile, affollata fino all'ultimo posto, che ci ha restituito l'orgoglio di essere stati contemporanei di un genio che non smette di parlare, con le sue canzoni e la sua simpatia stralunata, alla nostra intelligenza o a quel che ne resta, sperando che sempre più persone lo (ri)scoprano e vengano contagiati dalla sua umanità. Che è la cosa che più ci manca.

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