Il gioco delle tre carte
di Franco Travaglio
Il Regio di Torino pesca dal mazzo operistico La Dama di Picche, composta da Pëtr Il'ič Čajkovskij sul libretto che il fratello Modest Čajkovskij ha tratto dall'omonimo racconto di Aleksandr Puškin, e sortisce un effetto di fascino straniante, come nel ritrovare un vecchio tesoro di cui si scopre la bellezza appartenente però a un mondo passato.
Il nuovo allestimento, nato in seno alla Deutsche Oper di Berlino, si apre col coro di voci bianche (il direttore è Claudio Fenoglio) del teatro torinese, che spunta dalle quinte della bella scenografia di Stuart Nunn, anche costumista. Il set è costituito da una serie di pannelli, che ruotando passano con disinvoltura dagli interni agli esterni, formando da un lato la lussuosa abitazione della Contessa, dall'altro le camerate della caserma di German, per poi, una volta aperti, rivelare un tramonto pittorico, che vira dal giallo allucinato al rosso sangue.
Il regista Sam Brown trasforma l'iniziale Coro dei bambini in una sorta di ricordo di infanzia, in cui un piccolo German, povero e emarginato, viene maltrattato e deriso dai suoi coetanei benestanti e militarescamente intruppati: la sorte del protagonista diventa quindi un tentativo di riscatto sociale portato alle estreme conseguenze.
Come già per il Rigoletto, la trama ci trascina infatti verso un epilogo già scritto, scandito dalla maledizione legata alla Contessa (una beffarda Jennifer Larmore), destinata a rivelare tre carte vincenti all'uomo che gli darà la morte. German (interpretato con vigorosa passione da Mikhail Pirogov, nonostante non fosse in piena forma all'Anteprima Giovani a cui abbiamo assistito) farà di tutto per conoscere il segreto, usando l'amore appassionato per Liza (che ha la splendida vocalità di Zarina Abaeva) nipote della donna (anche se il fisique di role e la mancanza di trucchi direbbero l'opposto..), per poi subire esso stesso la vendetta della Dama di Picche.
Nelle visioni allucinate della spasmodica ricerca dell'Ufficiale di raggiungere la vittoria al gioco possiamo trovare una parziale giustificazione drammaturgica al bric-à-brac di arredi, elementi scenici e costumi, che frulla livree e parrucche ottocentesche, borsette da oligarche simil-putiniane, immagini da film muto primi '900, una palla specchiata anni '70, le ormai abusate guêpière maschili alla Rocky Horror, neon anni '90, una mistress con tanto di frustino, dei poster anni '80, e chi più ne ha più ne metta. Forse una maggiore omogeneità di stili e riferimenti temporali non avrebbe guastato.
Anche nel delineare il fondamentale personaggio del titolo la regia si prende una buona dose di libertà rispetto al libretto. Ad esempio, quando German si intrufola nella camera della Contessa per estorcerle il segreto la didascalia recita: "essa si sveglia e, in un muto terrore, muove le labbra senza emettere alcun suono". Brown invece la fa ridere sguaiatamente, felice di avere un uomo piacente a sua disposizione, e si lascia immediatamente accarezzare, contraccambiando voluttuosamente le sue attenzioni. Giusto ammodernare un'opera datata, ma il rischio è che si perda del tutto l'aspetto inquietante, misterioso e gotico del personaggio, ingrediente fondamentale di tutta la vicenda. Infatti la sua apparizione da fantasma, per giunta occhialuta (difficile capire il perché) non risulta per nulla minacciosa, ma provoca addirittura delle risate. Andrebbe almeno aggiornata la massima di Puškin secondo cui "La donna di picche significa malevolenza segreta". Qui di malevolo e segreto rimane ben poco: per portare la vicenda nel terzo millennio si sarebbe forse dovuto scavare più in profondità nelle ossessioni tossiche del protagonista.
Per fortuna la partitura, scandita dalla parola scenica "Tri carti, tri carti, tri carti!", non perde lo smalto melodrammatico e regala perle di sublime godimento quando unisce alla potenza drammaturgica slanci di purezza melodica, come nell'aria del principe Eleckij (eseguita dalla meravigliosa voce di Vladimir Stoyanov), nel duetto di Liza e Polina (Deniz Uzun) e nella canzone russa con coro; risultando meno facile da seguire e apprezzare dal pubblico giovanile dell'anteprima nei lunghi recitativi che la fanno da padrone nelle 4 ore, comunque godibili, dello spettacolo.
Nonostante le scelte registiche talvolta spiazzanti e una cifra estetica forse eccessivamente eclettica, la qualità musicale dell'esecuzione resta il punto di forza di questa produzione. La direzione incisiva di Valentin Uryupin, la preparatissima Orchestra del Regio, e le ottime prove del cast riescono a mantenere saldo il filo drammatico dell'opera, restituendo la tensione emotiva della vicenda.
Una Dama di Picche che, tra azzardi visivi e momenti di grande intensità, gioca le sue carte con risultati alterni, ma tenendo sempre viva l'attenzione che si scioglie in un convinto, caloroso applauso finale.