Le Carmelitane di Poulenc al Regio di Torino, tra dogma e martirio

07.04.2026

di Angelo Galeano e Franco Travaglio


Lodevole lo sforzo da parte del Regio di Torino di far scoprire titoli meno frequentati al suo pubblico, che pare apprezzare e premiare nei numeri e nell'entusiasmo questa versatilità. Dal 31 marzo al 12 aprile sul palco del prestigioso ente lirico è andata in scena un'intensa edizione dei Dialoghi delle carmelitane di Francis Poulenc, diretta da Yves Abel, con la storica regia di Robert Carsen, le scene di Michael Levine e i costumi di Falk Bauer.

Lo spunto narrativo è ispirato a un fatto di cronaca storica realmente accaduto nel 1794 durante il Terrore della Rivoluzione Francese: il martirio delle 16 carmelitane di Compiègne, ghigliottinate a Parigi. L'unica superstite, Suor Maria dell'Incarnazione, scrisse una relazione dei fatti che servì da base documentale per far giungere notizia dell'evento fino al 900.

Nel 1931, la scrittrice tedesca Gertrud von Le Fort pubblicò un romanzo breve L'ultima al patibolo (Die Letzte am Schafott), basato su quegli eventi. È a lei che dobbiamo l'invenzione del personaggio della protagonista Blanche de la Force. La Von Le Fort scrisse il libro come riflessione sull'ascesa del nazismo in Germania, proiettando il terrore moderno su quello rivoluzionario.

Nel 1947, lo scrittore francese Georges Bernanos fu incaricato di scrivere i dialoghi per una sceneggiatura cinematografica tratta dal romanzo della Von Le Fort. Il film non fu mai realizzato, ma Bernanos trasformò il testo in un testamento spirituale e teatrale di incredibile potenza, intitolato appunto Dialogues des Carmélites.

Francis Poulenc, colpito profondamente dal testo di Bernanos dopo una crisi spirituale personale, decise di metterlo in musica tra il 1953 e il 1956. Mantenne quasi integralmente i dialoghi di Bernanos, motivo per il quale l'opera è un susseguirsi di scene dialogiche fra le consorelle, che parlano, parlano, parlano… occupando il vuoto del loro tempo sottratto alla vita.

La regia di Robert Carsen è un capolavoro assoluto del teatro d'opera contemporaneo, nato nel 1997. Originariamente creata per la Dutch National Opera di Amsterdam, questa produzione è diventata un classico della messa in scena, venendo ripresa nei più importanti teatri del mondo, dalla Scala di Milano alla Royal Opera House di Londra, per la sua incredibile forza visiva e simbolica. La ripresa di Christophe Gayral ce la restituisce in tutta la sua potenza stilistica, al netto di una piccola – perdonabile - incongruenza storica: a fine '700 la comunione veniva posta direttamente sulla lingua dei fedeli, non in mano.

In questa lettura drammaturgica lo spazio non è definito dalle mura del convento, ma dai corpi delle suore. Sono loro a farsi architettura: le sorelle diventano di volta il perimetro della cella della Superiora, il muro del parlatorio, una barriera umana che tenta invano di filtrare il mondo esterno. La spiritualità si sposta dal cielo alla terra, dal dogma alla biologia. In un rovesciamento teologico potente, Dio sembra non abitare più tra le volte del convento, al suo posto, restano le donne e i loro corpi; emblematico è il momento della croce di fiori: ciò che dovrebbe essere un simbolo di devozione cristologica è invece composto dal corpo idealizzato della Madre Superiora. Dio e Cristo non sono entità trascendenti, ma immanenti; risiedono nel sangue, nel respiro e nel martirio fisico delle protagoniste.

Il tema della fuga dal mondo esterno permea l'intera vicenda. Le Carmelitane cercano rifugio in una clausura che le protegga dalla Storia, finché la Storia stessa non le scova nel modo più cruento. C'è una sottile, amara ironia nel loro tentativo di salvare il sacro: quando l'esterno irrompe, l'oggetto della loro protezione non è la fede intesa come concetto astratto, ma la statua del Bambin Gesù. Questo slittamento verso l'idolatria suggerisce che, nel momento del terrore, l'essere umano si aggrappa al simulacro, all'oggetto, perdendo di vista il dogma per salvare la forma.

Al centro del dramma resta una domanda sospesa, pronunciata all'inizio dell'opera: "Il mondo si chiede: a cosa servite? E noi rispondiamo: a pregare. Ma il mondo dice: non si può vivere di sola preghiera. E noi rispondiamo: non si può vivere senza."

La musica di Poulenc si abbandona difficilmente al lirismo, se non nel duetto fra Blanche e il fratello, o nella tragica scena finale, sceglie invece di sondare l'intimo dei personaggi con una precisione chirurgica. Mentre le parole delle suore fluiscono in dialoghi, dalla futilità del nuovo ferro da stiro al dogmatico più elevato, è la buca d'orchestra a svelarne i veri sentimenti. La musica dice ciò che il velo nasconde: la paura, il dubbio, il desiderio di vita che pulsa sotto l'abito nero.

L'Orchestra del Teatro Regio si conferma essere una compagine che, se ben diretta, offre una dovizia di colori che poche orchestre sono in grado di esibire; se Carsen ha costruito muri con i corpi, Yves Abel ha potuto costruire stanze di silenzio e tensione con i legni, gli archi, gli ottoni dell'Orchestra del Teatro Regio.

La compagnia attoriale internazionale ha offerto una prestazione decisamente all'altezza delle aspettative, con un particolare plauso per Ekaterina Bakanova nel ruolo di Blanche de la Force, il mezzosoprano Sylvie Brunet-Grupposo, nel ruolo della vecchia Priora, e il soprano Sally Matthews nel ruolo della nuova Priora.

Il celebre e tragico finale è una delle scene più potenti del teatro novecentesco, con il dubbio, in questo allestimento, del perché Blanche non cada morta come le altre sorelle, ma resti sospesa, come per essere assunta in cielo come una vergine martire. Quasi si volesse concedere un ultimo colpo di coda al trascendente mentre Blanche compie il contrappasso della religiosa che esce allo scoperto per vivere il martirio con le compagne e compiere un catartico volo verso l'eternità.

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