Le complesse stratificazioni recitative di Circle Mirror Transformation

11.04.2026

di Franco Travaglio

Ha debuttato in prima nazionale al Carignano di Torino "Circle Mirror Transformation" di Annie Baker, diretto e interpretato da Valerio Binasco, che nelle note di regia si chiede: "Perché ho scelto questo testo? Cosa ci sto andando a fare?".

La risposta va ricercata nella complessa stratificazione recitativa del testo della drammaturga statunitense, in cartellone allo Stabile fino al 19 aprile, che ribalta l'impostazione teatrale classica che vede degli attori interpretare dei ruoli, presentandoci invece delle persone normali spinte a improvvisarsi teatranti, per poi scoprire quanto il palcoscenico tiri fuori la loro parte più vera, che nella vita "normale" sono abituati a nascondere per pudore, paura del giudizio, rigidità delle convenzioni sociali.

Siamo in una scuola di recitazione di provincia in cui l'attrice Marty (una Pamela Villoresi che si libera via via da una voluta rigida e algida postura per deflagrare sul finale in tutta la sua umanità), spalleggiata dal compagno camionista James (per interpretarlo Binasco stesso si spoglia della minima traccia di istrionismo) tiene un corso di recitazione per amatori, che si trovano via via coinvolti in esercizi di immedesimazione e presa di coscienza. Completano la classe il falegname divorziato Schultz (Andrea Di Casa), che ci prova con l'avvenente e insicura Theresa (Alessia Giuliani) e la giovane aspirante attrice dalla famiglia disfunzionale Lauren (Maria Trenta).

Il titolo fa riferimento proprio agli esercizi: il cerchio che si forma per creare il feeling di gruppo, lo specchio che rappresenta come vediamo gli altri e come ci vediamo in loro, e la trasformazione, vera e metaforica che porta sempre con sé l'esperienza scenica.

Binasco lavora proprio su questa soglia sottilissima tra realtà e finzione, costruendo uno spettacolo a strati. Ci sono gli attori, naturalmente. Poi ci sono i personaggi, persone qualunque con le loro fragilità, già di per sé un po' "in scena" nella vita quotidiana. Ma il vero scarto avviene negli esercizi: quando gli allievi danno libero sfogo alla loro creatività, quando si scambiano identità ("io sono te"), quando ricostruiscono scene familiari o si confessano segreti, si entra in un territorio ambiguo in cui non è più chiaro cosa sia recitato e cosa no, e quali aspetti psicologici dei personaggi siano predominanti e quali solo parte della loro maschera sociale. 

Chiunque abbia seguito un corso di recitazione che adotta questo approccio sa quanto possono essere noiosi e spesso sgradevoli questi esercizi – e nemmeno vederli a teatro dalla platea è poi così divertente – ma sa anche quanto siano utili per aumentare lo spirito di gruppo e la consapevolezza di sé e del proprio corpo, e quanto siano liberatori per dar sfogo a sentimenti repressi.

In questo testo i giochi scenici si rivelano inoltre un efficace mezzo espressivo per raccontare le storie dei personaggi, il loro passato, i loro desideri (a poco a poco si delinea un complicato pentagono amoroso, con vari amori e passioni multilaterali, perlopiù non contraccambiati): si si chiede addirittura se i personaggi risultino più veri quando sono obbligati a recitare o più finti quando sono impegnati nel gioco delle parti della vita reale, delineando il teatro come luogo sicuro in cui ci si può permettere di dire le verità più scomode negate dall'ipocrisia del quotidiano.

Ne esce uno spettacolo che non cerca mai il colpo di scena, ma spesso lo trova, che procede per accumulo e sottrazione, e che può anche spiazzare chi si aspetta un andamento più tradizionale. Ma proprio in questo apparente minimalismo si nasconde la sua forza: nel modo in cui, quasi senza accorgersene, i personaggi si rivelano e ci rivelano un po' di noi stessi. E nel modo in cui, alla fine, quel cerchio iniziale non è più lo stesso — perché non lo sono più le persone che lo abitano, e forse nemmeno chi lo ha osservato da fuori.

Il momento più sorprendente è sicuramente la scena finale, che ci presenta l'ultima lezione, in cui gli attori devono recitare una scena proiettata sul futuro, in cui immaginare a quali conseguenze esistenziali porteranno le loro scelte e azioni. E' il momento in cui la magia del teatro, capace di disegnare scenari possibili e immaginifici, riesce a trasfigurare l'orizzonte della pièce dando maggior respiro a un ritmo fino a quel punto troppo spesso asfittico nel suo procedere a strattoni, e dando un senso più universale alle piccole esistenze imperfette che si muovono sullo scacchiere del centro teatrale di provincia, metafora della vita reale.

E' probabilmente questo aspetto ad aver affascinato il regista, e tirando le somme, nonostante una struttura non convenzionale e a tratti frammentaria, ad aver convinto anche il pubblico.

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