Lungo viaggio verso la notte
di Franco Travaglio
La nebbia avvolge la scena e i personaggi, non solo come elemento atmosferico ma come metafora della loro esistenza: un velo che nasconde il mondo e, allo stesso tempo, li nasconde al mondo. È in questo clima di oscurità soffocante che si muove la famiglia Tyrone, vittima di sé stessa e delle proprie dipendenze, tra rancori irrisolti, rimorsi laceranti e angosce che trovano sfogo in un doloroso gioco al massacro.
Gabriele Lavia, in un allestimento (le scene sono di Alessandro Camera e i costumi di Andrea Viotti) che esalta il carattere claustrofobico e spietatamente sincero del testo di Eugene O'Neill, oltre a curare la regia si immerge nel ruolo del patriarca James Tyrone, incarnando con intensità il padre padrone, carceriere della propria famiglia, ma anche di sé stesso. Il suo personaggio è un uomo prigioniero della propria avarizia e delle scelte sbagliate, che impone agli altri il peso delle sue frustrazioni e dei suoi fallimenti, in un circolo vizioso di reciproca distruzione.
L'elemento teatrale si insinua nella narrazione non solo nella struttura stessa dell'opera, ma anche nell'uso di Shakespeare, che qui suona sinistro e finto, come se il grande drammaturgo inglese fosse diventato una maschera dietro cui nascondere l'incapacità di affrontare la realtà. Ogni battuta, ogni citazione, invece di nobilitare, sembra sottolineare il vuoto e il tormento interiore dei personaggi.
Federica Di Martino è la vera protagonista del dramma, la moglie e madre insoddisfatta Mary, all'ombra del mattatore a cui ha dedicato (e sprecato) la propria vita, ormai segnata dalla dipendenza dall'eroina che la mantiene in equilibrio precario tra realtà e illusione, la solitudine e l'affetto morboso che la lega al marito e ai figli. La sua recitazione che alterna realismo e enfasi si specchia nella doppiezza dello stato psichico del personaggio.
Jacopo Venturiero e Ian Gauldani interpretano il primogenito Jamie, e il secondogenito Edmund, sospesi tra distruzione nei confronti degli altri e l'autodistruzione. Jamie ha ucciso nella culla un terzo fratellino, contagiandolo col morbillo, e ha trascinato sulla cattiva strada dell'alcolismo e dei vizi il fragile Edmund, fino a portarlo a uno stato terminale di tubercolosi.
Tutti, il padre in testa, alternano momenti di affetto e premure a momenti in cui si spingono a vicenda verso il baratro, in una gara in cui l'odio sembra comunque prevalere, esaltato dall'alcool e dalla cupezza dell'ambiente.
Lavia costruisce uno spettacolo potente e doloroso, in cui la recitazione si fa corpo vivo del dramma, amplificando il senso di impotenza e condanna che permea l'opera. Un viaggio lungo una notte senza redenzione, dove la nebbia non si dirada mai davvero.