BOLOGNA – «Ma lei è già qui?», chiede l'assistente sarta ad Orsini. La pièce è ambientata in inverno nel camerino d'un teatro in attesa d'andare in scena col testo di Strindberg Il Temporale. «Certo, l'albergo è freddo, conosco il Teatro – risponde l'attore – e sapevo che aveva i camerini caldi e sono venuto qui». Sì, qui, che fortuna avere davvero qui Umberto Orsini. Che commozione, che sfida alle coscienze, e che rifiuto della vanità si avvertiva istintivamente, al Teatro Duse di Bologna, nella versatile serata d'onore ad opera del caustico novantunenne Umberto Orsini alle prese con Prima del Temporale, un biopic teatrale della propria esistenza e di settanta stagioni di lavoro su idea sua condivisa con Massimo Popolizio regista dell'impresa.
Perché si avvertiva questa commossa partecipazione emotiva? Perché la storia di Orsini è una storia italiana che va dagli anni 50 a oggi. La storia di un giovane di Novara, papà ristoratore, che non sapeva cosa fosse essere attore, ma sapeva che andando via di là poteva migliorarsi. Umberto è un po' la nostra storia, quella degli sceneggiati tv, dei fotoromanzi, del teatro, è Visconti ed Emanuelle, il film culto e il porno soft.
Prima del Temporale è il ritratto di un attore giovane da vecchio, perché presenta due anime: quella attuale di Orsini e quella del ricordo, che fatalmente è giovane.
Non si poteva tradurre meglio la battuta-chiave del testo di Strindberg richiamato nel titolo, il dramma datato 1907. Il protagonista di quel testo è il Signore, un funzionario in pensione che, a partire dalla visita che gli fa suo fratello, un procuratore, rivanga il passato e riflette sul presente. E la battuta-chiave che pronuncia suona: «È curioso guardare dal di fuori la propria casa, delle volte mi figuro che sia un altro che ci vive…».
Orsini trova un vecchio libro sul tavolo del camerino, Dove corri Sammy?, un piccolo romanzo di Budd Schulberg dal titolo anche un po' provocatorio, a sottolineare la sua voglia e il suo desiderio di arrivare. E allora parte proprio da là lo scorrimento all'indietro del nastro dei ricordi, confezionati con affetto ed ironia, cominciando fin dall'infanzia e al tempo delle prime letture, quindi alle voci interiori che lo spingono verso la scena.
Aprendo il baule della memoria, quest'artista ha scelto di farsi testimone d'una nostra odierna tragedia. Ma ha anche perquisito, avvalendosi di cronache contenute nella sua autobiografia Sold Out e inserendo altri racconti dei suoi trascorsi umani e professionali, un vasto ritratto familiare, riflessivo, sentimentale. Sempre col pudore d'un uomo che apparentemente ha agito di rimessa. Orsini racconta anche di un episodio giovanile, una storia bella, niente affatto torbida: il portiere della squadra della parrocchia un pomeriggio gli dà un bacio negli spogliatoi. Il ragazzino Umberto, non sa cosa vuol dire, ma quel gesto d'amore resta un'esperienza che gli ha toccato il cuore.
E a doppiarlo nell'impianto scenico efficacemente evocativo di Marco Rossi coadiuvato dai video di Lorenzo Letizia, è quel Popolizio del quale è doveroso sottolineare la regia attenta e puntuale (perché opportunamente ancorata a immagini e suoni d'epoca) che ha fornito prova di dimestichezza quasi filiale. Il paesaggio sonoro di Alessandro Saviozzi è fatto di voci e musiche dal passato, dove ogni dettaglio è spiraglio aperto verso frammenti di una carriera artistica di spessore, amori indelebili in bianco e nero.
Ma confortato da spontanei e brevi dialoghi con le efficaci «spalle» dell'ottima Diamara Ferrero (la sarta) e Flavio Francucci (il pompiere), è lo stesso Orsini a toccare gli animi citando il proprio percorso da Novara a Roma (con immagini di Orson Welles passeggero del medesimo convoglio, mentre un trenino scorre sul palco), evocando l'esame d'Accademia, ricostruendo con gesti del tennis l'apprendimento delle battute di Copenaghen di Michael Frayn, sulla nascita della bomba atomica, un successo che ripetuto per dieci anni, più di 300 repliche con lo stesso Popolizio e Giuliana Lojodice. Bello l'omaggio allo storico Eliseo, un tempo tempio del teatro qualità di Roma oggi miseramente dismesso e si prosegue ricordando i fascini di Virna Lisi e di tanti volti di star femminili che lo affascinarono nel cinema piemontese del fratello.
A un certo punto, Orsini, memore della spinta datagli mezzo secolo fa da I fratelli Karamazov televisivi, ha estratto un brano da brividi dal capitolo de Il grande inquisitore col suo Ivan che spiega ad Aloscia il rifiuto di pagare il biglietto a Dio accettando che si infliggano sofferenze ai bambini in nome di un'armonia superiore.
Il suo volto bianco e nero ritratto da una telecamera dal vivo e ingigantito su uno schermo è un monito attualissimo, spaventoso. Tutta la platea del Duse si è ammutolita.
Capace di trasmettere le emozioni di amici non più frequentati, e la mancanza di carezze paterne. Spesso con la sua testa filosofale reclinata su una vecchia poltrona gualcita, omaggiando Ellen Kessler tanto quanto Gianni Santuccio. Non rinunciando a un elogio nostalgico di grande amicizia per Corrado Pani.
A poco a poco indossa il costume da Signore in pensione protagonista del lavoro che andrà alla fine a recitare, e che noi non vedremo rappresentato. Ci tiene a dedicare a Rossella Falk un cameo toccante di commiato, con artefatti suggerimenti di pronuncia pur di farle compagnia.
Prima del Temporale finisce con Orsini che, subito dopo lo scoppio di un temporale vero, cita un po' dal copione e un po' dal testo originale di Strindberg le frasi: «Stasera sento che tutto scivola via come una slitta in discesa e che ci stacchiamo dalla vita a poco a poco… ma come un vecchio dente che si stacca dalle gengive, senza dolore…». Ed esce dal camerino, seguito da una voce che dice: «Mezza sala. Sala buia. Sipario». La sala del Duse se ne viene giù dagli applausi. Lui ha gli occhi lucidi. Non è affatto un canto del cigno. Orsini è un grande.