BOLOGNA – Che cos'è il male? Possibile che tutto il male sia dovuto a una malformazione, a una gobba? Eppure, il male è presente anche in natura, e s'annida in un'umanità bella e coscienziosa. Parte da questo aspetto non mostruoso il Riccardo III impersonato da Vinicio Marchioni, reso incline a un'eccellenza della parola dalla regia di Antonio Latella nel lavoro dello Stabile dell'Umbria e di Lac Lugano Arte e Cultura andato in scena con grande successo al Duse di Bologna.
D'altronde Lucifero era il più bello degli angeli, e si è ribellato, è diventato diabolico a dimostrazione che il bene e il male coesistono, che nella Guerra delle Rose i tradimenti e le uccisioni erano all'ordine del giorno tra gli aspiranti alla corona e all'onore. La disonestà, la colpa e l'ingiustizia non sono cose che ti deformano necessariamente le spalle, e le atrocità di Shakespeare puoi trasmetterle anche con un suono grammaticale, con una forma declamatoria, con un linguaggio, senza bisogno di tare fisiognomiche.
Riccardo è genitore di intrighi di un potere che calpesta, non si cura che di sé stesso, sputa sui legami tra fratelli, cognati, giovani nipoti, nemici ed amici. Riccardo è il "cattivo perfetto": raggira, confonde, «sovverte la realtà».
Riccardo III era l'ultimo pezzo seriale di una tetralogia del Bardo nata con tre parti dell'Enrico VI, dando forte peso ai caratteri femminili, tant'è che la spodestata regina Margherita di Candida Neri lancia anatemi contro la famiglia York (di Gloucester poi Riccardo III) a causa dei danni inferti ai Lancaster. A dispetto delle convenzioni, non c'è da aspettarsi un Marchioni grande guerriero dittatore. L'essere deforme non è la sua anomalia, ossia la gibbosità non scompare del tutto ma non impersona il gobbo di Notre Dame.
Qui, ora, l'adattamento al testo elisabettiano elaborato dal regista e da Federico Bellini tralascia ogni realismo, ogni struttura rinviante a interni di castello, preferendo mettere in campo un'installazione fondata sulla bellezza, sul fascino. Latella parte da una drammaturgia di quasi cinque secoli fa, pensata con un'architettura cortigiana, un impianto più importante dell'igiene: all'epoca ci si lavava poco, ed era l'eloquenza a sedurre, a creare incantesimi o malefici. È un vivaio bianco, un giardino dell'Eden, a plasmare il fascinoso impianto linguistico del Riccardo III del Bardo in cui l'evoluta regia di Antonio Latella e la traduzione di Federico Bellini (anche adattatori) puntano su un Male in termini di incanto espressivo e visivo e non di iattura da menomazione, da gobba del protagonista. Il quale, Gloucester/re Riccardo, qui è un meditato e spavaldo abbindolatore, ambizioso e fraudolento nel mascherare le sue micidiali imposture elargite alla grande e con sorrisi da Vinicio Marchioni, consapevole di una teratologia, ma parolaio e ciarlatano come lo sono oggi gli autocrati.
Basta ascoltarne il monologo d'avvio, ma sono tante le tattiche che irretiscono, che conservano bene i malefici, che arricchiscono in modo odierno l'empietà dell'autore. Dal dialogo di Riccardo III con l'appena vedova Lady Anna di Giulia Mazzarino, alle ostilità femminili e regali della Margherita di Candida Nieri, della regina madre di Anna Coppola, dell'Elisabetta di Silvia Ajelli, fino agli uomini tolti di mezzo come Annibale Pavone (Clarence), Stefano Patti (Buckingham). Mentre Flavio Capuzzo Dolcetta ha il ruolo d'un ampliato Custode.
Antonio Latella firma la regia di un viaggio complesso nel quale però ci accompagna, aiutandoci a non perdere la rotta nella storia di una tragedia seconda in lunghezza solo all'Amleto. Candida allucinazione è la scena. Sul palco un tripudio di fiori bianchi, simbolo degli York e di una purezza tanto lontana dall'essenza turpe del duca di Glouchester da sembrare un miraggio. La torre di Londra, presente sul palco come un inquietante tronco cavo nella florida scenografia di Annalisa Zaccheria, è il nido da cui nasce la serpe, Riccardo.
Tanti i colori dei costumi, firmati da Simona D'Amico. Bianco, azzurro, giallo, grigio, poi marrone e un luttuoso nero su lady Anna, tutto come un incubo luminoso e colorato, come in un horror moderno, in cui tutto è illuminato, anche la stessa finzione. I fari sono esposti ai lati della scena e gli attori uscendo di scena rimangono in vista lateralmente, o dietro il fondale trasparente, pronti a tornare sul palco e nella mente del protagonista innovando più volte il nefasto augurio "disperati e muori!".
Il microfono permette di ascoltare tutto, il respiro, le urla, le ingiurie e il crescendo di maledizioni che – scagliate verso Riccardo – spesso ritornano con ferocia anche verso il mittente. La musica, quasi assente, fa capolino nel canticchiare di alcuni personaggi. La canzone è sempre la stessa: Daisy Bell di Harry Sacre, recentemente divenuta emblematico sottofondo inquietante di video sul web.