Rigoletto: Il buffone e il potere

09.03.2025

di Franco Travaglio


In tempi di buffoni al potere ha un effetto straniante il dramma del buffone vittima del potere, che assetato di vendetta e dignità rimane vittima della sua stessa macchinazione e finisce per uccidere, sorta di edipo al contrario vittima della propria ceca volontà di riscatto, la creatura che ha tentato con tanta dedizione di proteggere.

La nuova lettura registica di Rigoletto, a firma di Leo Muscato, vista in Anteprima Giovani al Teatro Regio di Torino, ambienta tutte le vicende del dramma verdiano in un livido fortilizio sghembo disegnato da Federica Parolini, di cui grazie al girevole vediamo tutte le angolazioni, e che grazie a una serie di arredi e attrezzeria varia si trasforma in tutte le ambientazioni.

I colori freddi e inospitali del castello del duca di Mantova fanno da contrasto con i colori caldi di costumi e arredi, a specchio con la compresenza, tipica del mondo romantico, di sentimento e burla, di comico e di tragico. A incarnare questa inscindibile dualità il personaggio di Rigoletto, e la tuta arancione che la costumista Silvia Aymonino gli ha vestito addosso: ricorda le divise di guantanamo e sulle spalle c'è un buffo bersaglio da freccette. Victor Hugo, autore di Le Roi s'amuse che ha ispirato il libretto di Francesco Maria Piave, concentra spesso l'obiettivo della sua ricerca drammaturgica su personaggi buffi e dannati, deformi ma capaci di grandi slanci. Basti pensare a Quasimodo di Notre Dame De Paris, anch'esso al centro di molte riduzioni teatral-musicali, o Gwynplaine de L'uomo che ride.

In Rigoletto la deformità passa leggermente in secondo piano, per cedere il passo alla condanna di un uomo, il giullare del Duca, condannato dal ruolo e dal ceto sociale a vedersi negata la dignità e lo status di uomo. Per questo nasconde al mondo la figlia Gilda, e nasconde sé stesso e la propria indegna sorte agli oggi di lei. Ma se la sorte si fa beffe di lui sarà quando a sua volta si burlerà dell'anziano Conte di Monterone, padre di una delle conquiste del padrone, che subirà un'escalation di sventure che lo porteranno alla rovina, scatenate dall'anatema dell'uomo.

Il tema della maledizione diventa metafora di un'esistenza che somma la perdita della dignità a un destino che lo vede sempre e comunque soccombente. La pervicace e spietata volontà di vendetta nei confronti dello stesso Duca che ha approfittato di Gilda, contrapposta alla fatua leggerezza del nobile, che tratta le donne come volubile accessorio ("La donna è mobile") finirà per ritorcersi contro l'uomo, e ad essere uccisa sarà propria la figlia, che si immolerà per un amore totalmente vano. La regia di Muscato esaspera l'umiliazione del protagonista, facendone una sorta di capro espiatorio delle prepotenze del potere, anche compiendo alcune forzature rispetto al libretto. Ad esempio nella scena VI, il coro degli invitati alla "festa elegante" (la cui depravazione è sottolineata dai finti nasi suini che tutti gli astanti indossano) rivolge il "O tu che la festa audace hai turbato" allo stesso Rigoletto, mentre da copione sarebbe dedicato al Monterone.

Nel cast sono tutti preparati, dotati del giusto fisique du role e convincenti, dall'eponimo Devid Cecconi alla Gilda di Daniela Cappiello fino al Duca Oreste Cosimo ma nessuno spicca in maniera particolare, tranne forse la potente vocalità di Luca Tittolo (Sparafucile).

Il successo decretato dai giovani dell'anteprima è comunque convinto e partecipe. Sarà per la presenza di tante arie celebri: oltre alla già citata "La donna è mobile" la partitura annovera "Questa o quella per me pari sono", "Cortigiani vil razza dannata" – come non dedicarla a certe classi giornalistiche di oggi? – e il quartetto "Bella figlia dell'amore".

Sarà che complessivamente la composizione verdiana, nell'interpretazione dell'Orchestra del Regio sotto l'esperta direzione di Nicola Luisotti, ti cattura nel profondo.

O sarà forse per sdrammatizzare e quindi esorcizzare la maledizione di certi buffoni al potere che, neanche troppo inconsapevolmente, rischiano di portarci al disastro.

Franco Travaglio

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