Sabato, Domenica e Lunedì, il teatro della vita di Eduardo tra risate e lacrime

28.01.2026

di Franco Travaglio

Parte da una cucina l'affresco corale eduardiano di Sabato, Domenica e Lunedì, fino all'8 febbraio al Carignano di Torino per la Stagione dello Stabile, nella nitida e sontuosa regia di Luca De Fusco. Il cibo, i piatti, le loro preparazioni e relative rivalità e ripicche hanno un ruolo di primo piano nell'intreccio, quasi fossero anch'essi personaggi, temi portanti, entità drammatiche e drammaturgiche.

Il cibo è testo e pretesto per la commedia borghese, a tinte tragiche e tragicomiche, con i rituali della convivenza a specchiarsi nel rito famigliare per eccellenza, il pranzo domenicale. Su questa messa in scena della felicità coniugale cala improvvisamente il sipario quando i rapporti si spezzano, i rancori sopiti vengono alla luce e al posto di un'amabile conversazione a tavola, magari intinta nell'ipocrisia, si fanno largo il silenzio, la frecciatina, l'accusa greve e l'offesa.

Spesso accostata, pensando di fargli un complimento, alla produzione di un Pirandello, di un Checov, di un Ibsen, c'è da rallegrarsi invece che l'opera sia stata scritta da Eduardo De Filippo. Nessuno dei blasonati autori citati, a mio parere, è mai riuscito a scrivere un testo della portata di questo capolavoro, capace di farti continuamente ridere, spesso tra le lacrime, di creare personaggi vivi, epici nella loro quotidianità, talmente veri che è impossibile non immedesimarsi in essi, ritmando la prosa con un tempo musicale travolgente che gioca a scacchi con lo spettatore per quasi tre ore senza mai lasciarlo orfano di un guizzo arguto, di un colpo di scena, di un disvelamento.

I padroni dell'elegante casa (scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta) sono Peppino e Rosa Priore, casalinga affannata lei e commerciante amareggiato lui, alle prese coi figli cresciuti: Giulianella che bisticcia col fidanzato perché lui non approva il suo tentativo di fare l'annunciatrice in tv, e Rocco, che si urta col padre perché sta per aprire un negozio tutto suo. Ma il motivo delle frizioni tra Peppino e Rosa sono principalmente dovuti all'invadenza del vicino di casa Luigi Ianniello, la cui petulante adulazione nei confronti di Rosa instilla in Peppino il sospetto del tradimento: novello Otello e Iago di sé stesso il protagonista arriva sul punto di trasformare in dramma la commedia, ma si ferma un attimo prima perché Eduardo gli regala la lucida consapevolezza e l'umanità che Shakespeare aveva negato al suo protagonista.

Se nel primo atto, il Sabato, avevamo assistito alla preparazione del pranzo, con la lunga cottura dell'iconico ragù, e nel secondo il dramma aveva raggiunto l'apice con la pubblica accusa della tresca mai avvenuta, il terzo è infatti dedicato al chiarimento e alla riappacificazione finali.

La coppia ricomincia la sua vita da capo, all'insegna della trasparenza come antidoto alle ruggini non-detto, alle recriminazioni sorde, alle pietruzze di incomprensione che diventano valanghe di odio che franano sull'amore coniugale con effetti letali. La tenera, commossa e commovente dichiarazione d'amore finale è la vera catarsi densa di corposi significati, ma un ultimo non-detto disinnescherà la sua pericolosità con una bugia a fin di bene, a dimostrare che la sincerità non è un valore assoluto nella vita di coppia, ma un pizzico di ipocrisia è fondamentale per tenere in piedi il rapporto. Peppino aveva saputo dalla figlia che la freddezza dimostrata dalla moglie negli ultimi mesi aveva ancora una volta un retrogusto culinario: il marito aveva sminuito la sua abilità in cucina onorando con un bis la pasta alla siciliana di un'altra cuoca. Alla fine Peppino chiederà di cucinargliela, perché "nessuno la prepara come lei".

Molto convincenti tutte le interpretazioni, rispettose della tradizione del testo e misurate, con una rinnovata importanza delle parti femminili. Teresa Saponangelo è una Rosa forte, ironica, implacabile nel far sfogare il marito per poi gustarsi la sua capitolazione finale, ma un'altra donna, la zia Memé, ha un ruolo fondamentale. Essendo scrittrice per diletto rappresenta un alter-ego del drammaturgo e dalla sua saggezza un po' cinica e irresistibilmente ironica traiamo molti degli insegnamenti autoriali. Claudio Di Palma interpreta Peppino senza bruciare nessuno dei tanti sottotesti, dei sospiri, delle smorfie, delle controscene che compongono il suo personaggio, senza dimenticare insomma che i personaggi di Eduardo sono un impasto di battute scritte e di creazione attoriale precisamente indicata dallo stesso maestro, che oltre a autore inarrivabile era anche un attore ineguagliabile. Al fianco di Peppino il talento di Gianluca Merolli (Rocco), Mersila Sokoli (Giulianella), il simpatico Paolo Serra (Ianniello) Paolo Cresta (il fratello Raffaele, attore dilettante, irresistibile anche nell'interpretazione, volutamente amatoriale, di Pulcinella) e Francesco Biscione (il tenace nonno Antonio).

Insomma questa "famiglia da teatro comico napoletano" (Giulianella dixit) mette su lo spettacolo della vita, in cui tutti sono attori e spettatori, e in cui è impossibile non scoprirsi parte in causa e non emozionarsi. Tra risate e lacrime.

Franco Travaglio

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