Silvio Orlando intenso Ciampa ne Il berretto a sonagli

07.05.2026

di Franco Travaglio

C'è un elemento fondamentale del capolavoro pirandelliano il Berretto a sonagli, che abbiamo apprezzato in una nuova, intensa edizione al Carignano di Torino per la stagione dello Stabile, che lo rende unico e trasforma una ordinaria storia di tradimenti, sospetti e scandalo in una parabola feroce e spiazzante che denuda la realtà dai sudari dell'ipocrisia e rivela il vero volto del perbenismo borghese mostrandolo in tutta la sua crudele alienazione.

E' il momento in cui Ciampa, servile commesso colpito dall'accusa, per lui e per l'epoca insostenibile marchio d'infamia, di tollerare la relazione della moglie col suo principale, escogita come unica soluzione che Beatrice (la sposa tradita), che per sbugiardare il marito ha organizzato il fallito appostamento della polizia, dimostri l'infondatezza dei suoi sospetti rinchiudendosi in un manicomio.

Il ribaltamento teatrale che ne deriva è colmo di significati e lascia sbigottito anche il pubblico di oggi. Oggi non c'è più questo senso dell'onore, per fortuna le forze dell'ordine non si occupano più di affari di corna, il tradimento non è più reato e il comune senso del pudore è mutato completamente, però l'ipocrisia, la negazione della verità e l'umiliazione della giustizia da parte di chi tira i fili della società formano un sistema ancora più spudorato.

Il teatro pirandelliano continua ad essere attuale perché non si limita a raccontare la realtà ma trasforma in teatro la vita dei personaggi, che del teatro assume i meccanismi per mettere il dito nella piaga del rapporto tra verità e convenzione sociale, quello che diciamo e quello che pensiamo, menzogna e sincerità.

L'unica soluzione per mantenere uno status quo che vede un sistema sociale perbenista basato totalmente su ipocrisie, bugie e inganno, è isolare l'unico personaggio che dice e reclama la verità perché "Non c'è più pazzo al mondo di chi crede d'aver ragione".

Ma la sua uscita di scena viene consigliata da Ciampa, con un briciolo di sadica e ironica gelosia, anche come atto liberatorio da parte di chi è invece costretto a ingoiare le ingiustizie senza la possibilità di denunciarle, e a far buon viso a cattivo gioco senza la possibilità di sputare in faccia agli altri il disgusto che prova per chi di quel sistema di quotidiane prevaricazioni campa, approfittando della sua posizione di privilegio.

Attraverso due metafore potentissime Ciampa ci rivela la sua filosofia di vita: innanzitutto quella delle corde che regolano come un orologio il comportamento umano. C'è la corda seria che interviene le poche volte in cui esprimiamo con sincerità e schiettezza i nostri sentimenti. C'è la corda civile, quella più usata perché tirata per quieto vivere e per interesse spingendoci a mentire per non subire sgradite conseguenze, ad esempio blandendo un potente. C'è poi la corda pazza che scatta quando perdiamo il controllo, quando non ci resta che urlare, inascoltati, i nostri pensieri più veri e "osceni", nel vero senso della parola che si riferisce a tutto ciò che rimane nelle quinte del gran teatro della vita.

La seconda immagine è quella dei pupi: Dio ci mette al mondo dando vita a corpi inanimati, ma poi noi stessi ci trasformiamo in pupi e in pupari quando ci facciamo manovrare dagli interessi altrui o quando a nostra volta utilizziamo gli altri come pedine, senza considerare che ogni essere umano ha una dignità che non andrebbe mai calpestata.

La regia di Andrea Baracco sottolinea quest'ultima metafora facendo scendere dalla graticcia abiti, che con la loro leggerezza e impotente sospensione rappresentano i personaggi in balia delle proprie menzogne e costrizioni sociali, mentre il lineare allestimento di Roberto Crea divide lo spazio tra un proscenio in luce e una vetrata dietro al quale nell'ultima scena finiscono tutte le vittime del meccanismo narrativo, tranne Ciampa che si concede una liberatoria risata finale, anche troppo parossistica.

Il protagonista Silvio Orlando regala un'interpretazione mirabilmente sospesa tra autoironia, misura e potenza, ben coadiuvato dai compagni di scena Stefania Medri, una Beatrice rabbiosa nella sua impotenza, Michele Eburnea, un beffardo e convincente Fifì, Francesca Botti, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Marta Nuti, tutti attori di grandissimo livello che hanno ridato freschezza alla prosa di un autore troppo spesso reso manieristico da un certo "autocompiacimento verbale". In questo caso si è preferita una verità quasi cinematografica per sottolinearne invece la profonda analisi sociale e filosofica.

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